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Ciao!

Questa è Detto tra noi, la newsletter di Valore D in cui ci diciamo le cose come stanno, ma anche come potrebbero andare. Ogni mese, un appuntamento tematico per riflettere e trovare ispirazione su temi rilevanti per le organizzazioni e le persone.


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QUELLO CHE GLI UOMINI NON DICONO

In questo numero:

  • partendo dalle canzoni che abbiamo cantato per decenni e dai dati di una nuova ricerca, esploriamo cosa significa essere uomini oggi e perché gli stereotipi sul maschile non funzionano più
  • e come sempre i nostri consigli per approfondire il tema.

Buona lettura!

   
     

Lo avrete forse intuito... in questo numero parliamo di uomini e di musica. In che senso? Nel senso che proviamo a indagare gli stereotipi attraverso i quali la musica ha per decenni descritto il maschile, raccontando (anzi cantando) l’uomo come una creatura mitologica, un mix tra eroe romantico, controllore soft e fragile genio incompreso. E per accompagnare l’ascolto di alcune canzoni note, che fanno parte della memoria comune e che conosciamo senza ricordare quando le abbiamo imparate, vi presentiamo alcuni dei dati tratti da una nuova ricerca di Valore D realizzata con Ipsos Doxa e NTT Data, in cui abbiamo indagato come gli italiani e le italiane immaginano e percepiscono i modelli di femminilità e mascolinità. E allora iniziamo così. Che uomini raccontano le canzoni?

🎵 L’uomo che “può tornare” anche quando non dovrebbe – Fiori rosa, fiori di pesco, Lucio Battisti

 

Fiori rosa, fiori di pesco di Lucio Battisti fa emergere l’archetipo del maschile centrato su sé stesso, raccontando di un uomo che sente di avere una sorta di pass d’ingresso nella vita mentale ed emotiva della donna, da cui può uscire e rientrare a piacimento, perché il centro del racconto resta lui. “Da solo non riuscivo a dormire perché di notte ho ancor bisogno di te. Fammi entrare per favore". “No, non sto sbagliando, mi ami. Dimmi ch’è vero”.


La nostra ricerca racconta qualcosa di molto simile:

  • nella sfera privata delle relazioni di coppia, molti uomini pensano di dover essere responsabili di guidare la relazione (il 79% sostiene infatti di prendere le decisioni importanti per la coppia), immaginario spesso condiviso anche dalle donne;
  • allo stesso tempo però, a fronte di aspettative più alte nei loro confronti, il 29% degli uomini non vorrebbe dover prendere l’iniziativa in fase di corteggiamento.

La musica racconta un maschile che vuole avere il controllo, ma i dati ci dicono che lo stereotipo dell’uomo che deve fare sempre il primo passo inizia ad andare un po’ stretto anche ad alcuni uomini.

🎵 L’uomo che non si sente mai abbastanza – Creep, Radiohead


Il maschile fragile, pieno di autocritica, che trasforma il dolore in giudizio su di sé. Un uomo che fatica a dire “sto male”, e traduce il suo dolore in “sono sbagliato”. “I’m a creep, I’m a weirdo” non è una confessione emotiva, ma una condanna che l’uomo infligge a sé stesso. Il senso di inadeguatezza passa da essere esperienza temporanea a identità. In effetti, come racconta anche bell hooks nel libro “La volontà di cambiare. Mascolinità e amore”, quando il maschile è educato a essere forte, sicuro, risolutivo, l’unica alternativa percepita al successo non è la richiesta di aiuto, ma il silenzio. L’educazione di genere che riceviamo fin da bambini e bambine concede alle donne almeno la possibilità di esprimere il dolore. Agli uomini, invece, impone uno stoicismo emotivo per cui, se provano sentimenti che li feriscono, la sola reazione considerata “virile” è soffocarli, o trasformarli nell’unica emozione accettata per un uomo, la rabbia. Tutto il resto rimane senza parole.


Anche la nostra ricerca lo conferma con chiarezza:

  • la vulnerabilità maschile è il tabù più persistente: solo il 27% degli uomini crede che i maschi siano liberi di piangere, contro il 43% delle donne che pensa che, per una donna, sia socialmente accettato farlo;
  • molti uomini desiderano più libertà emotiva di quanta sentano concessa;
  • il modello del maschile “forte”, “capace”, “che non chiede” pesa ancora più sugli uomini che sulle donne.

Creep non parla di inadeguatezza amorosa. Parla di stereotipi emotivi. E di quanto, ancora oggi, facciano male.

Esiste un ideale di mascolinità che molti giovani maschi non sono sicuri di raggiungere, e questo erode la loro autostima. Intrappolati in un mondo in cui agli uomini non è concesso mostrare il dolore, non trovano luoghi in cui quel dolore sia accettato

bell hooks, La volontà di cambiare. Mascolinità e amore, Il Saggiatore, Milano 2022.

🎵 L’uomo che osserva e definisce – Albachiara, Vasco Rossi 

 

È il maschile che guarda, descrive, interpreta. Per decenni, nella musica italiana, la donna è stata soprattutto questo: uno sguardo ricevuto, non una voce che parla. In Albachiara quello maschile è lo sguardo narrante, mentre la figura femminile prende forma solo attraverso l’osservazione maschile. Lei non racconta sé stessa, non agisce, non prende parola. Esiste perché viene guardata. E in effetti le donne vengono oggettivizzate fin da bambine: abituate molto presto a pensarsi come corpi esposti allo sguardo altrui, valutabili, commentabili. È una delle espressioni più radicate dell’asimmetria di potere tra uomini e donne (ne abbiamo parlato in parte anche in questo numero di Detto tra noi).

“Un particolare, solo per farti guardare” sembra un verso innocuo, quasi tenero. In realtà sposta la responsabilità dall’uomo alla donna, come se fosse la donna a offrirsi alla visione, a desiderarla, naturalizzando l’asimmetria e rendendo lo sguardo maschile neutro, persino gentile.


Ma uno sguardo che si presenta come romantico può diventare una pressione costante. La nostra ricerca lo rispecchia con precisione:

  • nella vita sociale, le donne subiscono una maggiore pressione su più fronti rispetto agli uomini. A loro è richiesto un investimento molto più ampio e continuo su benessere mentale (67% donne vs 60% uomini), cura del proprio aspetto fisico (68% vs 55%), formazione personale (66% vs 62%);
  • gli uomini, al contrario, si sentono meno osservati, meno giudicati, e subiscono meno pressione nel dover essere performanti nella vita sociale (cura di sè, impegno culturale, vita sociale attiva, volontariato...).

La musica racconta un maschile che guarda. I dati raccontano un femminile che deve essere sempre guardabile.

🎵 L’uomo che si riconosce fragile – Giudizi universali, Samuele Bersani


Qui arriva una svolta. Un maschile che ammette confusione, fatica, inciampi. La fragilità non è drammatizzata né eroica: è normale, condivisa, umana. In Giudizi universali, l’uomo non deve dimostrare nulla, chiede aiuto, dichiara un limite, riconosce di non farcela da solo.

“Torre di controllo, aiuto, sto finendo l’aria dentro al serbatoio” non è una resa: è un atto di responsabilità. Questo maschile smonta l’ideale performativo e rifiuta il modello dell’uomo‑salvatore. Non promette protezione, non ostenta forza, apre invece a un maschile ordinario, imperfetto, possibile. Qui l’uomo smette di essere un ideale irraggiungibile e diventa finalmente abitabile: può sentirsi piccolo, in difficoltà, incerto, senza per questo smettere di essere uomo. Senza auto‑disprezzo. Senza rabbia.


La nostra ricerca mostra come questa direzione sia già in atto:

  • gli uomini più giovani sono meno rigidi rispetto alle generazioni precedenti nella gestione del proprio ruolo emotivo;
  • la Gen Z maschile riduce drasticamente le aspettative di dover essere protettore (54% Gen Z vs 69% Baby Boomer), sostegno economico (43% vs 57%) o leader emotivo della coppia.

È un maschile che non vuole più essere “uomo forte”. Vuole essere persona intera.

🎵 L’uomo che rinuncia al controllo – Dubbi, Marracash


Fin qui abbiamo attraversato canzoni che fanno parte della nostra cultura popolare.

Brani che abbiamo cantato e interiorizzato, che hanno contribuito — spesso senza accorgercene — a costruire un’idea precisa di cosa significhi “essere uomini”.

 

“Forse non credo più al prodotto che vendo. Che paradosso, no? Che io per essere me stesso sia costretto a andare dove non mi riconoscono”. Con Dubbi di Marracash, il maschile cambia registro. Non promette forza, non ostenta controllo, non cerca di salvarsi dimostrando qualcosa. Espone l’incertezza, la fatica di lasciare andare, il conflitto tra ciò che si è stati e ciò che non regge più.

“Come fanno gli altri? Li vedo così convinti. E senza dubbi, dubbi, dubbi. Tutti senza dubbi, dubbi, dubbi, dubbi”. Non c’è eroismo né soluzione. C’è esitazione, consapevolezza dei propri limiti, disponibilità a restare nel dubbio. Un maschile che parla di ansia, confusione, solitudine, tentativi. Che non si propone come modello, ma come processo. Che non deve dimostrare per poter esistere.


È l’immaginario maschile che, nella nostra ricerca, emerge dall’ascolto della Generazione Z:

  • i giovani immaginano uomini più liberi di mostrare affetto (+9 punti rispetto alla media), più capaci di gestire le emozioni e di parlare dei propri problemi personali (+7 punti);
  • si rompe il modello dell’“uomo alpha” che domina tutto e tutti.

È un maschile che rinuncia alla perfezione come obiettivo. E, così facendo, mette finalmente in discussione il copione che abbiamo cantato per decenni. E forse è proprio da qui che si riparte: da domande fatte ad alta voce.


Che uomo vogliamo cantare domani?

 

Se per anni le canzoni ci hanno raccontato un maschile che deve essere forte, geloso, competente, silenzioso, protagonista… e i dati oggi ci dicono che gli uomini non vogliono più quel ruolo, la domanda "Che uomo vogliamo cantare domani" diventa inevitabile. E allora ci salutiamo provando a restare dentro questa domanda. Perché liberare il maschile significa allargare le possibilità di stare meglio, per tutti e tutte.

I nostri consueti consigli:

  • abbiamo citato diversi dati tratti dalla nuova ricerca di Valore D per NTT Data "Costruzione di alleanze: verso il superamento degli stereotipi di genere". Potete approfondire e scoprire tutti i dati che non ci stavano in questa newsletter a questo link.
  • E siccome questa newsletter è piena di musica, proseguiamo con i consigli di lettura. "La volontà di cambiare. Mascolinità e amore" di bell hooks riflette su come la repressione delle emozioni e l’educazione alla durezza, spesso associate al maschile, rendano necessaria una profonda trasformazione affettiva per immaginare relazioni e una società diverse.
  • Infine, a proposito dell'importanza di capire le trasformazioni in atto, vi consigliamo un’altra ricerca di Valore D: "Sognando il futuro e il lavoro", un’indagine sulle aspirazioni e le paure delle nuove generazioni, che racconta come ragazze e ragazzi immaginano lavoro, relazioni e identità.

Detto tra noi... ci risentiamo il prossimo mese 🤫

Valore D

     

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