Print Icon
 

Ciao!

Questa è Detto tra noi, la newsletter di Valore D in cui ci diciamo le cose come stanno, ma anche come potrebbero andare. Ogni mese, un appuntamento tematico per riflettere e trovare ispirazione su temi rilevanti per le organizzazioni e le persone.


L'episodio che leggi è il numero 12. Se la newsletter ti è stata inoltrata, iscriviti qui.

Puoi leggere i numeri precedenti di Detto tra noi a questo link.


Seguici anche su Instagram e scrivici mandandoci suggerimenti, spunti, racconti all'indirizzo: dettotranoi@valored.it.

CI AVEVANO PROMESSO CHE SAREBBE ANDATA MEGLIO

In questo numero:

  • Quanto del nostro percorso dipende davvero da noi e quanto dalle condizioni in cui cresciamo? Una riflessione su mobilità sociale (ovvero la possibilità per una persona di costruirsi una condizione lavorativa ed economica diversa rispetto a quella della famiglia d'origine) e promesse generazionali che vacillano.
  • E come sempre i nostri consigli per approfondire il tema.

Buona lettura!

   
     

Per molto tempo abbiamo dato una cosa per scontata: che ogni generazione avrebbe vissuto meglio della precedente. I sacrifici dei genitori, l'investimento nell'istruzione, l'idea che impegnarsi avrebbe aperto nuove possibilità si sono spesso fondati su questa promessa implicita. Ma quella promessa vale ancora oggi? Studio, lavoro, impegno e determinazione sono ancora sufficienti per garantire un percorso di ascesa sociale? In questo numero ripartiamo frizzanti con una riflessione sul tema della mobilità sociale e su come questa sia legata a una narrazione del merito e del privilegio che a volte diamo per scontata (di merito e privilegio avevamo già parlato qui, ma ci sono ancora cose da dire).


Il fantomatico ascensore sociale


Quanto tempo serve per cambiare davvero il proprio destino economico? In Italia, secondo l'OECD, non basta una vita e spesso nemmeno due: servono in media cinque generazioni perché chi nasce in una famiglia a basso reddito riesca a raggiungere i livelli più alti della scala economica. Un percorso molto più rapido in Danimarca, dove ne bastano due, e molto più lungo in Colombia, dove ne servono undici.

Quando un Paese smette di credere che i figli staranno meglio dei genitori, non sta solo misurando la propria condizione economica. Sta misurando il livello di fiducia nel futuro.

Ma quindi, se la mobilità sociale è più limitata di quanto immaginiamo, perché continuiamo a raccontarci che basta impegnarsi per farcela? Da dove nasce questa fiducia nel fatto che il punto di arrivo dipenda soprattutto dalla volontà individuale?

In parte perché, per alcune persone, questa è stata un’esperienza reale. Per i nostri genitori e i nostri nonni l'idea di vivere meglio della generazione precedente si è spesso concretizzata in un miglioramento tangibile delle condizioni di vita. E non è un caso che oggi siano soprattutto gli over 55 (il 51%) a dichiarare di trovarsi in una posizione migliore rispetto a quella dei propri genitori (Osservatorio D, mobilità sociale, settembre 2026). Sono, in un certo senso, testimoni di una stagione in cui l'ascensore sociale sembrava funzionare davvero. Per loro la mobilità sociale ascendente non è un concetto teorico: è qualcosa che hanno sperimentato direttamente.


All'estremo opposto troviamo le giovani generazioni. Sono loro, in Italia, a raccontare in maggior misura una condizione peggiore rispetto a quella della famiglia di origine (46% 18-34enni, 47% 35-54enni). Ma non è così ovunque: a livello globale infatti tra i giovani prevale la convinzione di avere maggiori opportunità rispetto ai propri genitori (Radar SWG, International Youth Day – WIN, 24-30 agosto 2026).


Oggi quindi, nel nostro Paese, la mobilità sociale ha soprattutto il volto di una frattura generazionale. Non si tratta solo di capire chi sale e chi scende nella scala sociale, ma di osservare come generazioni diverse guardino allo stesso ascensore e vedano direzioni opposte: per molte persone over 55 è stato il simbolo di una crescita possibile, per molti e molte giovani il timore è che stia andando nella direzione inversa.

Meme con bivio per neolaureato e scelta tra andare all'estero o restare in Italia

Il punto di partenza conta ancora


A rendersi conto di questa frattura non sono soltanto le nuove generazioni. Secondo l’Osservatorio D, sette italiani e italiane su dieci pensano che oggi le persone più giovani stiano peggio dei propri genitori. Se il futuro appare quindi sempre più difficile, da cosa dipendono le opportunità? I fattori da tenere in considerazione sono diversi: territorio, istruzione e famiglia. Partiamo dal territorio: il 70% delle persone ritiene che, per migliorare la propria condizione, sia diventato quasi necessario trasferirsi, necessità sentita con maggior forza al Sud. È interessante notare che il trasferimento non viene percepito come una scelta di apertura o di opportunità. Il linguaggio utilizzato dagli intervistati e quello adottato nella lettura della ricerca richiamano piuttosto un senso di necessità.


Migliorare la propria condizione non significa semplicemente impegnarsi o fare carriera: significa spesso dover lasciare il luogo in cui si vive.

Non tutti i territori, infatti, offrono le stesse opportunità. Se così tante persone ritengono necessario spostarsi per migliorare la propria condizione, significa che il luogo in cui si nasce e si cresce continua a influenzare in modo significativo le possibilità di studio, lavoro e sviluppo professionale (e su questo ci sarebbe molto da dire, ne riparleremo).


Tutto ciò non significa che l'impegno individuale non conti. Al contrario, i dati mostrano che studiare conviene ancora: livelli più elevati di istruzione continuano a tradursi, in media, in migliori opportunità e retribuzioni. Ma istruzione, territorio e contesto familiare agiscono insieme. Per questo la mobilità sociale non dipende solo dall'impegno individuale, ma anche dalle condizioni che rendono quell'impegno più o meno capace di trasformarsi in opportunità (Istat 2025).

“L’idea che tutto dipenda da noi, in un contesto che invece ci è strutturalmente sfavorevole, non solo ci isola, ma ci fa sentire inadeguati, incapaci, privi di valore. Se nella vita non ce l’abbiamo fatta, ci convinciamo che sia dovuto tutto a un nostro errore, una nostra incapacità, un nostro limite personale.”

Alessandro Sahebi, Questione di classe. Perché non si può essere felici in una società ingiusta, 2025, Mondadori

Dai ma veramente l'impegno non basta? La meritocrazia quindi non esiste?


Se il punto di partenza continua a incidere così tanto sulle opportunità, allora diventa inevitabile rimettere in discussione una delle convinzioni più radicate delle società moderne: l'idea che il successo dipenda soprattutto dal merito individuale. Sempre secondo l'Osservatorio D, guardando ai dati sul ceto medio-alto, questo riconosce che nel percorso professionale esistono vantaggi e condizioni di partenza differenti, ciononostante ritiene che la meritocrazia esista in ogni caso, almeno in parte. Nel ceto fragile, invece, il racconto cambia: oltre un terzo considera la meritocrazia un'illusione, perché altri fattori pesano più del merito.

 

È una differenza che dice molto su come interpretiamo il successo e le difficoltà: più cambia la nostra posizione nella scala sociale, più cambia anche il modo in cui valutiamo il peso del merito e delle opportunità di partenza. Chi appartiene al ceto medio-alto mostra una buona consapevolezza del fatto che fattori come la famiglia di origine, una rete di relazioni e conoscenze influenti, il luogo di nascita o il genere di appartenenza possano influenzare i percorsi professionali. Ma riconoscere che questi vantaggi esistano non significa necessariamente riconoscerne il ruolo nella propria storia personale.

È come dire che da un lato abbiamo consapevolezza del fatto che non tutti partano dalle stesse condizioni, dall'altro però, nel racconto della nostra storia personale, continuiamo ad attribuire il nostro successo principalmente alle nostre capacità. In altre parole, siamo disposti ad ammettere che il sistema produca vantaggi e svantaggi strutturali, ma facciamo più fatica a considerare noi stessi come beneficiari di quei vantaggi.

Meme come diventare miliardari, ereditando un grande patrimonio

Report Oxfam, “Disuguaglianza. Povertà ingiusta e ricchezza immeritata”, Davos, Gennaio 2025

È una questione di identità


I privilegi esistono, ma tendono sempre a sembrare quelli degli altri. Per questo la meritocrazia finisce per essere molto più di una questione economica o di mercato del lavoro. Diventa una questione identitaria. Riguarda il modo in cui costruiamo il racconto del nostro percorso e spieghiamo a noi stessi e noi stesse perché siamo arrivati dove siamo. Chi vive condizioni di maggiore fragilità tende a vedere più chiaramente il peso delle barriere strutturali; chi occupa posizioni più favorevoli tende invece a riconoscerne l'esistenza senza mettere davvero in discussione il ruolo centrale del merito nella propria storia.


Come osserva Alessandro Sahebi in Questione di classe, “mentre ci concentriamo sui cosiddetti fattori interni, tendiamo a sottostimare pesantemente tutto ciò che sta fuori da noi, i fattori esterni appunto. Contesti che non possiamo controllare, ma che influenzano in maniera decisiva chi siamo e dove arriviamo”. Questo perché significherebbe accettare una verità scomoda, ovvero che “ciò che percepiamo come un nostro merito – il nostro lavoro, il nostro successo, il nostro ‘farcela’ – potrebbe essere in realtà il risultato di un bonus che abbiamo ricevuto alla nascita.”


Perché questo ci riguarda anche come organizzazioni?


C'è un rischio quando parliamo di merito, opportunità e mobilità sociale: trasformare questioni collettive in responsabilità individuali. È quello che in letteratura viene definito "privatizzazione del malessere sociale". Se tutto dipende da noi, anche ogni difficoltà finisce per sembrare una colpa personale. Eppure, i dati raccontano una realtà più complessa, fatta di reti, territori, contesti e condizioni di partenza. Per questo la domanda non è soltanto quanto conti il merito, ma come creare le condizioni perché il merito possa emergere davvero.

 

È qui che il ruolo delle organizzazioni diventa centrale. Non perché possano correggere da sole le disuguaglianze della società, ma perché possono rendere più accessibili le opportunità, più trasparenti i percorsi di crescita e più visibili quei fattori che spesso restano invisibili. Perché il modo in cui definiamo un problema determina anche il modo in cui proveremo a risolverlo.

I nostri consueti consigli:

  • Quanto conta il luogo in cui nasciamo e lavoriamo sulle nostre possibilità di crescita? In questa news abbiamo approfondito il legame tra mobilità geografica, lavoro e opportunità.
  • Un po’ datato, ma molto interessante sul tema: uno studio di Banca d’Italia ha confrontato i registri fiscali della Firenze del Quattrocento con quelli del 2011, evidenziando quanto il punto di partenza possa influenzare il punto di arrivo anche a distanza di quasi sei secoli.
  • E infine un film: Parasite (2019), regia di Bong Joon-ho. Una riflessione brillante e spietata sulle disuguaglianze nella società coreana.

Detto tra noi... ci risentiamo il prossimo mese 🤫

Valore D

     

Questa newsletter approfondisce temi che trattiamo quotidianamente con progetti di formazione, mentorship e sensibilizzazione nelle aziende associate. 

Vuoi approfondire le opportunità che Valore D offre alle aziende che fanno parte del suo network? Scrivi a info@valored.it


Una persona ti ha inoltrato questa newsletter e ti è piaciuto quello che hai letto?

📥 Iscriviti qui per non perderti i prossimi numeri.

🗄️ Recupera qui i numeri passati di Detto tra noi.

📰 Leggi gli articoli sul nostro Magazine.

   
Facebook
Twitter
LinkedIn
Youtube
Instagram