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A cura del Team Comunicazione di Valore D | | | |
SPECCHIO DELLE MIE BRAME... MA CHI TI HA CHIESTO NIENTE? | | In questo numero: -
Una riflessione su bellezza e standard estetici: sul potere invisibile che esercitano sulle nostre vite e su come generino discriminazioni e disparità, per finire con i nostri suggerimenti non richiesti in previsione delle festività invernali - E come sempre i nostri consigli di ascolto, lettura e visione sul tema
Buona lettura! | | | | | |
Rinunceresti a un anno di vita per raggiungere il tuo ideale di bellezza?
Secondo lo studio di Dove del 2024 “The Real State of Beauty: a Global Report”, due donne su cinque lo farebbero. Questo è un dato davvero impressionante, che ci fa capire il perché vogliamo parlare di standard estetici e ideali di bellezza: hanno un impatto reale (ed enorme) nelle nostre vite, professionali e non.
La riflessione su cosa sia il bello esiste da sempre, e ogni epoca storica ha espresso canoni di bellezza differenti, diversi anche a seconda della cultura di appartenenza. Quando però la riflessione sul bello si trasforma in discorso sul corpo (femminile, ma sempre più anche maschile) e gli standard estetici iniziano a influenzare il modo in cui ciascuna persona percepisce se stessa, con un impatto sulla salute mentale e sulla partecipazione alla vita sociale e pubblica, allora abbiamo un problema. | | | |
Ecco il coro... “Che esagerazione, quanto impatto possono mai avere questi temi sulla vita reale delle persone?”
Tanto per cominciare, gli studi scientifici degli ultimi trent’anni sostengono che tendiamo a sottostimare gli effetti invasivi che gli standard di bellezza hanno sulle nostre vite. Ma, siccome sappiamo che per convincervi questo non basta, partiamo anche questa volta da alcuni dati. - L'ansia per il proprio aspetto fisico può impedire alle ragazze di vivere appieno la propria vita. 6 ragazze su 10 sono così preoccupate del proprio aspetto fisico da rinunciare ad attività importanti: dallo sport, alle visite mediche, alla semplice espressione di un'opinione (Dove, "Self Esteem Project", progetto in vigore dal 2004 e in corso oggi)
- Il 45% dei datori di lavoro è meno propenso ad assumere una persona grassa, considerandola meno competente, pigra o priva di autodisciplina (Studio “The affective and interpersonal consequences of obesity”, 2015)
- Il 25% delle donne nere ha perso opportunità lavorative a causa dei propri capelli e l’80% sente di dover modificare il proprio aspetto naturale per adeguarsi agli standard aziendali (Workplace Hair Acceptance Report 2023)
Questi dati iniziano a farci capire che l’estetica non è solo una questione di immagine, ma uno strumento di potere capace di condizionare il modo in cui le persone (soprattutto le donne) vengono percepite nella società e l’accesso alle opportunità.
Come spiega Maura Gancitano in “Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza”, infatti, quando le donne iniziano a entrare in spazi che per secoli sono stati esclusivamente maschili, il controllo sull’aspetto diventa una strategia per contenere il loro potere. E le ricerche mostrano in effetti una correlazione diretta tra l’aumento dell’indipendenza femminile e l’intensificarsi della pressione estetica. Nel contesto professionale di oggi, questa pressione si traduce in disparità economiche reali, e la discriminazione basata sull’aspetto assume forme intersezionali, colpendo con maggiore forza chi non rientra negli standard dominanti – donne non bianche, grasse, anziane (Per approfondire il tema del bodyshaming, qui trovi un articolo dedicato). | |
“Per essere accettate cerchiamo di rendere i nostri corpi docili e disciplinati, spesso facendoci del male a livello fisico e psicologico, confondendo la cura di sé con l’ossessione e la mortificazione e spendendo tempo e denaro che forse preferiremmo destinare altrove” Maura Gancitano, “Bellezza e potere: standard estetici e disparità nel mondo del lavoro”, sito Valore D, marzo 2025 | |
Ma come si arriva a tutto ciò?
Sempre secondo Maura Gancitano, in una cultura che sessualizza continuamente il corpo femminile – attraverso programmi televisivi, pubblicità, riviste, film, cartoni animati e serie tv –, le donne finiscono per fare lo stesso. Interiorizzano cioè la prospettiva di un osservatore esterno come visione primaria del proprio sé fisico. Questo passaggio dall’oggettivazione all’auto-oggettivazione le spinge al monitoraggio abituale del proprio corpo, a provare vergogna e disistima di sé, a sperimentare ansia ed emozioni negative legate al proprio aspetto. Di conseguenza, possono rinunciare a opportunità professionali e personali significative. “È come se la questione della bellezza rappresentasse una costante interferenza che rende difficilissimo sentirsi nel flusso.” (Puoi approfondire la tematica leggendo questo articolo scritto per noi da Maura Gancitano). | |
Fino a qui abbiamo parlato dell’effetto delle pressioni estetiche sulle donne, ma come sottolinea Gancitano, gli studi sull’auto-oggettivazione continuano a dimostrare che il senso di inadeguatezza rispetto ai canoni di bellezza non è qualcosa di innato nelle donne, ma un prodotto culturale. Se gli uomini saranno esposti agli stessi modelli e pressioni, sperimenteranno effetti negativi analoghi. E in parte, questo sta già accadendo. | | | |
La bellezza apre tutte le porte... anche sul lavoro
Come incide concretamente tutto questo discorso sul mondo del lavoro? In fase di selezione, durante un colloquio, nella scelta di un profilo per una promozione, la percezione dell’aspetto estetico condiziona valutazioni e decisioni, con effetti significativi sulla vita delle persone. Questo fenomeno ha un nome: lookism (ne abbiamo parlato approfonditamente in questo articolo).
Secondo i dati dell’OsservatorioD, in fase di colloquio, il 73% delle persone ritiene che l’estetica conti quanto, se non più, della preparazione. Sempre secondo la stessa indagine, la convinzione che la bellezza apra più porte è molto diffusa: il 53% delle persone ritiene che le donne considerate belle abbiano maggiori possibilità di fare carriera (lo pensano soprattutto gli uomini, in 6 su 10). Curiosamente però, quando si parla di uomini, la percezione cambia: solo una persona su tre crede che l’avvenenza maschile favorisca la crescita professionale. | |
“Le discriminazioni sul lavoro sono all'ordine del giorno per le donne grasse: vengono considerate non solo pigre, stupide e poco professionali ma, in quanto donne, non abbastanza gradevoli allo sguardo per rientrare nell'idea di bella presenza” Chiara Meloni e Mara Mirabelli, Belle di faccia, “Essere grasse nel terzo millennio”, ingenere.it, 27 luglio 2023 | |
Questo del lookism non è un tema nuovo: già nel 1994 Hamermesh e Biddle dimostrarono che negli Stati Uniti chi era percepito come attraente guadagnava in media dal 5% al 15% in più rispetto a chi non lo era. Numerosi studi internazionali hanno poi confermato il cosiddetto “beauty premium”: le persone considerate più attraenti ottengono salari più alti, maggior accesso a opportunità di carriera e valutazioni più positive di competenza e leadership. Al contrario, chi non rientra negli standard estetici dominanti subisce la “penalty for unattractiveness” (penalizzazione per non attrattività), che si traduce in minori probabilità di assunzione e crescita professionale. | |
Naturalmente questi fenomeni non derivano sempre da scelte consapevoli: spesso si basano su automatismi culturali e associazioni inconsce che collegano l’aspetto fisico a qualità desiderabili come competenza, affidabilità, empatia e autorevolezza. È proprio su questo terreno che si radicano i pregiudizi estetici, influenzando le valutazioni professionali anche quando chi li applica non se ne rende conto. E come abbiamo in parte già anticipato, il lookism raramente si presenta da solo: si intreccia e si amplifica in combinazione con altre forme di discriminazione strutturale, tra cui sessismo, razzismo, abilismo e ageismo. | |
“Quante persone di colore sono cresciute, se non con la convinzione, almeno con il vago sospetto, che solo qualcuno della propria etnia le avrebbe trovate attraenti?” Nadeesha Uyangoda, L’unica persona nera nella stanza, 2021 | |
E quindi?
Gli standard di bellezza e la pressione estetica costituiscono una forma di controllo: oltre che sul fisico, soprattutto di tipo psicologico ed emotivo… ed economico. Spendiamo tempo, emozioni ed energie per assecondare determinati canoni estetici, con l’illusione di acquisire in cambio più potere personale. E tutto ciò costituisce un’enorme perdita di potenziale. Ma cosa possiamo farci?
Visto che ci avviciniamo alle vacanze invernali, ecco il primo consiglio spassionato e non richiesto con cui ne approfittiamo per farvi gli auguri. Nei periodi di festa ci si ritrova in famiglia anche con persone che non si vedono da tanto tempo, e spesso i primi commenti che si fanno (tipicamente insieme ai saluti) riguardano il corpo. Ecco, magari quest’anno ricordiamoci che dietro ciascun corpo c’è sempre una storia. Se vogliamo sapere davvero come sta la persona che abbiamo davanti, possiamo evitare di commentarne l’aspetto fisico e piuttosto porre una domanda sincera. | | | | Consigli di visione, ascolto e lettura sul tema: - Lo abbiamo citato molte volte in questa newsletter, e quindi non possiamo non consigliarvi la lettura di “Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza” di Maura Gancitano
- Se siete alla ricerca di qualcosa da ascoltare, vi consigliamo il podcast “Scelte”. Abbiamo parlato di corpi grassi e body positivity nella puntata con Lara Lago, e della sfida di ridefinire la bellezza e la rappresentazione afrodiscendente in Italia nella puntata con Charity Dago
- Se invece avete voglia di un film, consigliamo “The Substance”, il body horror del 2024 con Demi Moore che riflette sull’ossessione per la giovinezza e la paura di invecchiare
| | Detto tra noi... ci risentiamo il prossimo mese 🤫 Buone feste! ⭐️ Valore D | | | | | | | | | | | | | | | |