| | | | | | Ciao! Questa è Detto tra noi, la newsletter di Valore D in cui ci diciamo le cose come stanno, ma anche come potrebbero andare. Ogni mese, un appuntamento tematico per riflettere e trovare ispirazione su temi rilevanti per le organizzazioni e le persone.
L'episodio che leggi è il numero 10. Se la newsletter ti è stata inoltrata, iscriviti qui. Puoi leggere i numeri precedenti di Detto tra noi a questo link.
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UN POPOLO DI MOLLACCIONI (E MOLLACCIONE) | | In questo numero: - partiamo da un titolo di giornale che ci ha fatto alzare un sopracciglio e poi anche l'altro, per parlare di giovani, della descrizione che di loro spesso viene fatta (dai media, ma non solo) e di cosa ci dicono davvero i dati su chi sono;
- e come sempre i nostri consigli per approfondire il tema.
Buona lettura! | | | | | | Qualche settimana fa abbiamo pubblicato i risultati di una ricerca che Valore D ha realizzato con Ipsos Doxa su oltre 1.300 ragazze e ragazzi tra gli 11 e i 21 anni. Una ricerca in cui abbiamo chiesto loro cosa sognano, cosa li spaventa, come immaginano il lavoro, chi guardano quando devono decidere, quanto si sentono sotto pressione.
Tra le altre, una testata l'ha ripresa. Abbiamo pensato: bene il tema è arrivato! Poi abbiamo letto il titolo. "Stiamo crescendo un popolo di mollaccioni." Ecco, diciamo che non era esattamente questo il messaggio che volevamo passare condividendo i dati della ricerca. Però proviamo a fare un passo in avanti. Perché spesso, quando si parla delle nuove generazioni, il racconto mediatico tende a ricalcare sempre lo stesso stereotipo: persone fragili, che non reggono lo stress, che non hanno voglia di impegnarsi o di “faticare”. E “mollaccioni” è solo l’ennesima variazione sul tema. Una parola che, anche solo per assonanza (giovani bamboccioni), riattiva un immaginario già sentito, fatto di etichette e giudizi rapidi. Cambiano le parole, non l’idea di fondo. | | | |
Dopotutto, pensare che sia così è rassicurante. Perché sposta lo sguardo lontano da noi. Se il problema sono i giovani, la loro fragilità, la loro presunta mancanza di voglia, allora non siamo costretti a interrogarci sul contesto che abbiamo costruito, sulle aspettative che abbiamo normalizzato, sul mondo che stiamo passando di mano.
Prima di dire cosa sono, proviamo a capire cosa dicono?
Se cambiare sguardo è necessario, questo è forse il momento giusto per farlo. Le scuole sono finite, o stanno per finire, e per i prossimi mesi, milioni di ragazze e ragazzi usciranno dalle aule e torneranno a casa, in vacanza, in città, al mare o semplicemente sul divano. E torneranno anche un po’ di più nelle nostre vite: nelle famiglie, negli uffici come stagiste e stagisti, nei pensieri come figlie, figli, nipoti, colleghe e colleghi di domani. Forse è proprio da qui che vale la pena ripartire, mettendo da parte il racconto noto e provando a conoscere davvero queste e questi “giovani”. Non per come li descriviamo, ma per come sono. Partendo da quello che dicono loro.
Non è mancanza di voglia, è voler fare le cose bene
Quando abbiamo chiesto a studenti e studentesse delle medie in quali situazioni si sentono a disagio, la risposta più frequente è stata questa: dover provare qualcosa che non hanno mai fatto prima (34%). Seguita da: non essere presi sul serio dagli altri (32%) e parlare di fronte a un gruppo (30%). E se si guarda a come queste risposte cambiano nel tempo, emerge un altro elemento interessante: con il passare dell’età cresce il disagio legato alla dimensione più relazionale. Conoscere persone nuove passa dal 15% in prima media al 24% in terza media, ed esprimere le proprie idee dal 10% al 17%.
Questi dati raccontano non una ritirata, ma una fatica nell’esporsi: nel provarci anche quando non si è sicuri, nel prendere la parola sapendo di poter essere giudicate e giudicati, nel mettersi in gioco senza avere ancora tutte le risposte. È una fatica che nasce dal prendere sul serio quello che si fa, dal voler trovare uno spazio in cui essere ascoltate e ascoltati senza sentirsi continuamente messi alla prova. A ben vedere, qualcosa che non è poi così distante da quello che sentiamo anche in età adulta. | | | |
Sentirsi all’altezza… di aspettative costruite dagli adulti
Poi abbiamo fatto una domanda sul sentirsi sotto pressione. Le risposte ci hanno sorpreso, non tanto per il tema, ma per le dimensioni. Che la pressione sia parte dell’esperienza delle nuove generazioni lo sappiamo. Quello che colpisce è quanto sia diffusa. Il 92% dei ragazzi e delle ragazze tra i 16 e i 21 anni sente la pressione di dover avere successo o raggiungere la perfezione (alle medie è il 79%). E le ragazze vivono questa pressione in modo significativamente più intenso (95%). In questo caso i dati non ci raccontano una mancanza di impegno. Semmai il contrario: è una generazione che sente con forza il peso di dover essere all’altezza, di raggiungere uno standard che nessuno ha mai scritto davvero, ma che tutti e tutte sembrano conoscere. Viene da chiedersi quanto questo abbia a che fare con il modo in cui, negli anni, abbiamo raccontato il successo, la performance, il “fare bene le cose”. | |
Poi ci sono i sogni. Che esistono, eccome se esistono! Il 61% dei ragazzi e delle ragazze delle medie si dice interessato a lavorare nel campo dell'intelligenza artificiale. Il 50% vuole creare una propria attività. Il 74% sogna di girare il mondo. La professione più ambita? Il medico, seguita da ingegnere/a, insegnante, sportivo/a, artista.
E poi c’è un dato che, letto da solo, rischia di essere interpretato nel modo sbagliato: solo il 50% dei ragazzi e delle ragazze delle medie dice di sapere già cosa vuole fare in futuro, in calo di 8 punti rispetto al 2018. Potrebbe essere facile leggerlo come un segnale di incertezza. Ma guardato insieme agli altri dati, restituisce forse qualcosa di diverso: la consapevolezza di quanto sia complesso il mondo in cui dovranno muoversi, della quantità di possibilità a disposizione e della difficoltà di rispondere in fretta a una domanda così grande.
Più che una mancanza di direzione, sembra il segno di molte direzioni possibili e di meno certezze su quale scegliere, dentro un mercato del lavoro che cambia così velocemente che anche noi adulti facciamo fatica a stargli dietro. | | | |
Altro che influencer, il modello siamo noi
Quando abbiamo chiesto a ragazze e ragazzi delle medie a chi guardano quando pensano al futuro, la risposta è stata molto chiara: mamma (38%) e papà (37%). E non cambia molto dai 16 ai 21 anni: i riferimenti per consigli sul futuro professionale restano la madre (71%, in crescita rispetto al 2021) e il padre (62%, in crescita dal 2021).
Significa che i modelli sono più vicini di quanto pensiamo. Che le scelte, le aspettative, il modo in cui si immaginano il futuro passano non tanto dai personaggi dei social, sportivi, influencer, ma dalla famiglia, da quello che vedono ogni giorno. Insomma, siamo noi il modello. Ancora e sempre. Anche quando pensiamo di non esserlo. Perché quello sguardo resta, anche quando sembra distratto, anche quando prende le distanze, anche quando sembra voler fare da solo.
Finita la scuola, finita anche la responsabilità? Quindi “mollaccioni” è una parola comoda. Divide: loro da una parte, noi dall’altra. Li descrive, li archivia e soprattutto evita a noi adulti di farci qualche domanda. I dati però raccontano altro. Raccontano una generazione che si espone, che ci prova, che sente il peso delle aspettative, del giudizio, della necessità di scegliere dentro un mondo che cambia velocemente. A questo punto la domanda non è cosa manca a loro. È che tipo di contesto stiamo costruendo attorno a loro. Quante possibilità lasciamo di sbagliare, quanto spazio diamo all’incertezza, che idea di successo continuiamo a mettere in circolo. Perché è lì, ogni giorno, che si gioca il loro sentirsi o meno all’altezza. Non solo quando la scuola chiude e non possiamo più pensare che, in qualche modo, se ne occupi qualcun altro. | | I nostri consueti consigli: - Potete approfondire tutti i dati della ricerca "Sognando il futuro e il lavoro" a questo link.
- Sta spopolando e se ne parla ovunque sui social. Off Campus (Amazon Prime), una serie che all’apparenza sembrerebbe il classico teen drama, e che sì, ha anche toni espliciti, ma che racconta qualcosa che nelle serie si vede poco: relazioni costruite su rispetto e consenso; tentativi concreti di fare le cose meglio, senza il solito copione tossico; niente drammi gratuiti.
- Infine, un libro, “Lo scontento” di Beatriz Serrano, un romanzo su una giovane donna alle prese con lavoro, aspettative e un’inquietudine difficile da definire. Un libro che dà voce a quella sensazione diffusa di non essere mai del tutto “al punto giusto”, senza semplificarla.
| | Detto tra noi... ci risentiamo il prossimo mese 🤫 anzi a settembre! Valore D | | | | | | | | | | | | | | | |