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Ciao!

Questa è Detto tra noi, la newsletter di Valore D in cui ci diciamo le cose come stanno, ma anche come potrebbero andare. Ogni mese, un appuntamento tematico per riflettere e trovare ispirazione su temi rilevanti per le organizzazioni e le persone.


L'episodio che leggi è il numero 5. Se la newsletter ti è stata inoltrata, iscriviti qui.


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LA FRETTA È CATTIVA CONSIGLIERA... EPPURE SPESSO DETTA L'AGENDA

In questo numero:

  • Un’ode alla lentezza, un promemoria sull’importanza del bilanciamento tra impegno professionale e vita privata, e un invito a fare spazio a ciò che spesso viene sacrificato in nome dell’urgenza
  • E come sempre i nostri consigli di ascolto, lettura e visione sul tema

Buona lettura!

   
     

È finita la pacchia?


Il rientro dalle vacanze… energie ricaricate e poi via, si ricomincia a correre. Perché a gennaio, si sa, riparte tutto. Ma rimettere il piede sull’acceleratore senza nemmeno accorgersene è davvero la scelta giusta?


Secondo l’indagine dell’Osservatorio D sul tema del benessere dentro e fuori il lavoro, tra i fattori che più rendono il lavoro insostenibile, logorante e dannoso per il proprio benessere personale complessivo, ci sono: il non avere mai tempo per fermarsi o rifiatare (per 3 italiani su 10 e per il 39% degli operai), l’avere troppe cose da fare in troppo poco tempo e il dover sempre essere reperibili anche fuori orario (per il 30% dei 28-34enni)Allora con questa newsletter di inizio gennaio, invece che invitarvi a partire a mille con i buoni propositi per il 2026, l’invito è a rallentare. Lo sappiamo, sembra un paradosso, ma provate a seguirci.


La rivoluzione più veloce è rallentare


Come raccontano Andrea Colamedici e Maura Gancitano in “Ma chi me lo fa fare? Come il lavoro ci ha illuso: la fine dell’incantesimo”, nella cultura greca e in quella romana prendersi cura di sé significava saper bilanciare vita attiva e vita contemplativa, due dimensioni distinte e riconoscibili. Oggi, invece, diamo tutta l’importanza alla vita attiva, al punto che persino la contemplazione finisce per trasformarsi in un ennesimo compito da inserire in agenda. Viviamo in una condizione di perenne attivazione: anche ciò che dovrebbe offrirci uno spazio di quiete diventa un’attività da svolgere, un dovere da portare a termine.

Immagine tratta dal film di animazione Zootropolis che ritrae i protagonisti insieme a “Flash”, un bradipo che, pur lavorando in un ufficio che dovrebbe essere super efficiente, parla e si muove in modo molto lento, generando impazienza.

Ma come siamo arrivati a tutto ciò? Secondo Carl Honoré, nel suo celebre TedX Talk sul tema della lentezza, il nocciolo della questione risiede nella concezione che abbiamo del tempo: lineare, come di una risorsa finita che si prosciuga, che si usa o si perde. D’altronde ce lo dice anche la saggezza popolare: “il tempo è denaro”, “chi dorme non piglia pesci” e “chi si ferma è perduto”. Esiste inoltre una sorta di tabù culturale relativo al concetto di lentezza: nella cultura occidentale, infatti, “lento” è spesso sinonimo di pigro, lavativo. Ad esempio, dire di una persona che “è un po’ lenta”, è come dire che è un po’ stupida. Risulta quindi naturale che, se l’idea che abbiamo è che il tempo ci sfugga, l’unica cosa da fare sia velocizzarsi, in una gara continua verso un traguardo che non raggiungiamo mai, perché continuiamo a porci nuovi obiettivi, nuovi task, nuove sfide.


Sempre secondo Honoré, questo accade anche perché è difficile rinunciare alla velocità, che spesso diventa uno strumento per distrarci dalle domande più grandi e profonde. Ci riempiamo di distrazioni, facciamo in modo di essere sempre impegnati per non doverci fermare a pensare “Come sto? Dove sto andando?”. In effetti, anche Gancitano e Colamedici raccontano che la vita contemplativa è faticosa da abitare, perché ci mette di fronte al vuoto, al tempo dilatato, alla mancanza di un copione da rispettare. Eppure, è uno degli aspetti che più è in grado di aumentare il nostro benessere: l’ozio, la meditazione, l’ascolto, il non fare rappresentano un rimedio che ogni persona può imparare ad assumere, un po’ per volta, allontanando il senso di colpa che deriva dal pensare che non si sta facendo niente, si sta sprecando il tempo e non lo si sta capitalizzando”.


Se i momenti di pausa ci insegnano qualcosa, dunque, è che rallentare non significa perdere tempo, ma imparare a usarlo meglio, con più consapevolezza, rispetto e lucidità. Forse possiamo allora iniziare a dirci che il vero proposito per il 2026 è uno solo, ovvero quello di dare risposta a questo bisogno strutturale di ripensare il tempo, e introdurre il concetto di lentezza come risorsa strategica.

“Siamo talmente coinvolti nella cultura della velocità che quasi non ci rendiamo conto del prezzo che paghiamo in ogni aspetto delle nostre vite. Nella salute, nel modo di mangiare, nel lavoro, nelle relazioni, nell'ambiente e nella nostra comunità”

Carl Honoré, In Praise of Slowness, TedX Talk, 2015

Che fine ha fatto “Chi va piano va sano e va lontano”?


Spesso anche nella cultura organizzativa il tempo viene ridotto alla sua dimensione più misurabile: produttività, scadenze, risultati. Questo può rendere difficile distinguere tra un impegno professionale sano e un eccesso di produttività. I sensi di colpa quando ci si concede una pausa, la tendenza a trascurare le abitudini più sane o la sensazione costante di stress sono solo alcuni dei segnali che possono indicare un possibile rischio di burnout.

 

Come racconta il giornalista Alessio Carciofi nel libro “Wellbeing. Il futuro umano e digitale del benessere”, la cosiddetta produttività tossica si autoalimenta su due fronti: quello sistemico e quello individuale, formando un labirinto da cui può essere difficile uscire. Le aspettative dell’organizzazione si intrecciano con le nostre abitudini quotidiane, rafforzando l’idea che essere sempre occupati significhi essere davvero produttivi. A volte ci aspettiamo che la nostra produttività sia inesauribile, ignorando che la nostra energia finirà velocemente se non investiamo nel rinnovamento della nostra mente e del nostro corpo. Nessuno di noi prende decisioni sagge o si mostra al meglio quando è esausto, stanco o in burnout”.

All’interno delle aziende in realtà c’è già chi sta sempre più segnalando l’importanza di investire in se stessi e nel proprio benessere… Sì, parliamo proprio della Generazione Z, spesso additata come “pigra” e “svogliata” (e così torniamo al tabù di cui dicevamo prima). Infatti, come emerge anche dai dati della ricerca di Valore D “Oltre le generazioni”, le generazioni più giovani in azienda – che vivono una maggiore condizione di instabilità e precarietà contrattuale – non percepiscono necessariamente il lavoro come dimensione prioritaria (cosa che li differenzia dalle generazioni più anziane). Questo accade, a volte, anche a causa di un mancato riconoscimento in azienda. Tale cambiamento valoriale e di priorità, che non riguarda solo la Gen Z, ma s’intravede già tra i Millennial, si traduce di fatto in una perdita di centralità del lavoro per lasciare più spazio ad altri aspetti della vita: famiglia, salute e benessere, amici, hobby e tempo libero. Tutto ciò è frutto di un ragionamento sulla qualità, e non solo sulla quantità, del tempo dedicato alla dimensione lavorativa.

 

La cosa interessante è che sì, le nuove generazioni sono quelle che si fanno maggiormente carico di comunicare questo cambiamento di paradigma sul luogo di lavoro – passando spesso per persone pigre e svogliate –, ma l’importanza del bilanciamento tra le varie dimensioni della vita di una persona è un’esigenza sempre più riconosciuta anche dai più senior.

Buon rallentamento!


In questo ragionamento su produttività, velocità e benessere, sarebbe interessante ragionare anche sul ruolo svolto dalla tecnologia, e su come questa possa essere messa al servizio del nostro benessere. E allora ci diamo appuntamento a una riflessione futura su questo tema. Nel frattempo, l’invito è a rallentare e a fare così spazio a tutto ciò che in nome dell’urgenza e dell’efficienza spesso viene sacrificato: i feedback, le riflessioni, la possibilità di farsi delle domande.

   

Consigli di visione, ascolto e lettura sul tema:

  • Partiamo con un libro: “La lentezza” di Milan Kundera, una riflessione filosofica e narrativa sul valore del rallentare
  • Per approfondire il tema, vi consigliamo di leggere anche la news "Leadership della lentezza: come rallentare può rendere le nostre aziende più umane"
  • Infine, due consigli di visione. Il film di animazione: “Soul” (Pixar Animation Studios e Walt Disney Pictures), che racconta la storia di un musicista ossessionato dal successo e che, dopo un evento inaspettato, scopre che la vita non è una corsa alla performance ma un insieme di piccoli momenti di presenza, meraviglia e lentezza. E il film diretto da Ken Loach dal titolo “Sorry We Missed You”, che racconta come la logica della produttività estrema imponga ritmi disumani, eliminando ogni spazio per la lentezza, la cura e la vita familiare

Detto tra noi... ci risentiamo il prossimo mese 🤫

Valore D

     

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