| | | | | | Ciao! Questa è Detto tra noi, la newsletter di Valore D in cui ci diciamo le cose come stanno, ma anche come potrebbero andare. Ogni mese, un appuntamento tematico per riflettere e trovare ispirazione su temi rilevanti per le organizzazioni e le persone.
L'episodio che leggi è il numero 8. Se la newsletter ti è stata inoltrata, iscriviti qui.
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Se, anche solo leggendo, hai sentito una leggera tensione salire, un senso di sopraffazione, e ti manca il fiato… è tutto normale. Con questo incipit abbiamo infatti provato a ricreare – con un po’ di esagerazione, ma neanche troppa – il flusso continuo di richieste, stimoli, urgenze (vere o presunte) che affollano le nostre giornate lavorative, scandito da suoni, luci e notifiche. Il risultato? Un senso di sovraccarico e ansia causato dalla costante interruzione delle attività lavorative e dei propri obiettivi e amplificato dalla tecnologia e dalla connettività onnipresenti. In letteratura questo fenomeno viene chiamato “microstress”: compiti apparentemente gestibili, o poco impattanti se presi singolarmente, che però, quando sommati, possono portare a una sensazione di pressione e tensione persistenti. Perché partiamo da qui? Perché in questo numero vogliamo parlare di benessere nel mondo del lavoro, e per farlo non possiamo prescindere dal ruolo della tecnologia. È innegabile, infatti, che il modo in cui lavoriamo stia cambiando rapidamente – e lo farà sempre di più – a causa dell’automazione e del rapporto con la tecnologia, con un conseguente impatto sul benessere e sulla qualità delle relazioni. Attenzione però, la questione non è “tecnologia sì, o tecnologia no”, ma piuttosto capire come si può passare da un utilizzo della tecnologia passivo e subìto, che genera technostress, a un utilizzo consapevole e aumentato, capace di generare benessere. | |
Bene, la tecnologia ha un impatto sul nostro benessere. Ma noi che rapporto abbiamo con la tecnologia? Come sempre, guardiamo per prima cosa ai dati. Secondo l’Osservatorio D, per l’84% delle persone la tecnologia facilita l’accesso alle informazioni, ai servizi e alle opportunità. È uno strumento potente, che semplifica, accelera, apre possibilità. Allo stesso tempo, però, per il 70% lo sviluppo tecnologico rende i rapporti meno profondi ed empatici, spingendoci – spesso senza che ce ne accorgiamo – verso una maggiore solitudine. È come se la connessione continua non coincidesse sempre con una connessione autentica. A fronte di tre italiani che hanno fiducia nelle proprie capacità nell’imparare in fretta e senza particolari difficoltà a utilizzare le nuove tecnologie, una persona su due sente di non aver ancora capito davvero come usarle al meglio, e quasi la metà prova stress o ansia legati al loro utilizzo. E questo ultimo dato ci porta al punto della questione: non è che non si parli di benessere psicologico sul lavoro, però forse a volte non si entra nel merito di cosa lo metta davvero in crisi. Se è vero che ci sono più investimenti in benessere all’interno del mondo aziendale, perché le persone continuano a stare male sul lavoro? Quali sono le cause del malessere delle persone? | |
“Se il mondo del lavoro è in costante mutamento e la ricerca del benessere sta guidando il nostro percorso, perché continuiamo ad abbracciare culture lavorative basate sul ‘super lavoro’? Einstein affermava che ripetere ininterrottamente le stesse azioni nella speranza di risultati differenti è pura follia” Alessio Carciofi, Wellbeing. Il futuro umano e digitale del benessere, Il Sole 24 ore, 2023. | |
Se tutto è urgente, niente lo è davvero
Quando parliamo di benessere, spesso pensiamo a qualcosa di accessorio. Un corso. Un servizio. Un benefit. Ma il benessere psicologico è molto più profondo: riguarda identità, confini, senso, relazioni. Sempre secondo l’Osservatorio D, per il 65% delle persone in Italia il lavoro è centrale per il proprio benessere. Non stupisce, è lì che passiamo gran parte delle nostre giornate. E tra le principali fonti di malessere emergono la mancanza di pause reali e la sensazione di dover fare troppe cose in troppo poco tempo. Un’accelerazione continua che, giorno dopo giorno, finisce per logorare il benessere personale. Ed è in quest’ottica che dobbiamo guardare al nostro utilizzo della tecnologia per parlare di benessere.
Come racconta Alessio Carciofi nel libro “Wellbeing. Il futuro umano e digitale del benessere”, alcuni studi hanno mostrato come la semplice presenza dello smartphone sia sufficiente a deviare le nostre risorse di attenzione e a peggiorare le prestazioni cognitive. E non è solo una questione di concentrazione: questa attenzione frammentata entra anche nelle relazioni. È il fenomeno del phubbing, quando ignoriamo chi abbiamo davanti perché distratti dallo schermo (si potrebbe anche parlare del fenomeno del parental phubbing, ovvero quando a farlo sono i genitori nei confronti dei figli e delle figlie). Così, mentre siamo ovunque e sempre raggiungibili, rischiamo di essere meno presenti proprio nei momenti di scambio, di ascolto, di relazione. | | | |
Lo vediamo per esempio nella gestione delle eāmail e nel cosiddetto bias di urgenza: abbiamo interiorizzato l’idea di dover rispondere subito, interrompendo spesso attività che richiederebbero invece un’attenzione profonda o invadendo il tempo libero. Il risultato è un continuo passaggio da un’attività all’altra che il nostro cervello non è progettato a sostenere. Il multitasking, infatti, non esiste: quello che facciamo è passare rapidamente da un’attività all’altra, pagando ogni volta un prezzo in termini di energia e concentrazione – il cosiddetto switching cost – nell’illusione di essere più efficienti.
E se le notifiche si moltiplicano senza che le mettiamo in pausa, le e-mail si susseguono e l’urgenza diventa la norma, ecco che i confini tra lavoro e vita privata diventano sempre più confusi, a causa di questa idea del dover essere sempre connessi e disponibili. Il problema, infatti, non sta nella tecnologia in sé, bensì nella convinzione, errata e limitante, che la velocità di risposta sia la misura dell’impegno e del valore e che la produttività stia nel fare sempre di più e non ciò che conta davvero. Così restiamo sempre attivi e sempre reperibili, spesso a scapito della qualità del lavoro e del nostro benessere. | |
“Il futuro dell’intelligenza artificiale non è scritto: dipende dalle scelte che facciamo oggi. Il rischio non è l’intelligenza artificiale, ma l’incoscienza artificiale: fidarsi delle macchine senza esercitare il pensiero critico. Il valore dell’intelligenza artificiale non sta nel sostituire le persone, ma nell’amplificarne e integrarne le capacità” Fondazione Randstad AI & Humanities, Intelligenza artificiale: una riscoperta del lavoro umano, 2025. | |
E quindi? Come facciamo?
Torniamo al punto di partenza. Se la tecnologia e l’intelligenza artificiale non sono il problema, ma nemmeno la soluzione magica, la vera sfida diventa come usarle. Come passare da un utilizzo che ci travolge a uno che ci sostiene? Da un’adozione passiva a un uso consapevole e intenzionale? Sempre secondo Carciofi, “nel turbine di questo cambiamento, una verità brillante emerge: il vero capitale, la risorsa chiave, è l’essere umano. Sì, le persone saranno al centro della rivoluzione. Penso che le aziende debbano armonizzare gli investimenti tecnologici con i reskilling. Non stiamo parlando solo di imparare a utilizzare il software o a padroneggiare una nuova macchina. Stiamo parlando di riscoprire competenze umane, come la saggezza, il pensiero laterale, l’attenzione e la bellezza”. Gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione sono grandi alleati: ci aiutano a lavorare meglio, a ricordare, a semplificare. Ma funzionano davvero solo se siamo noi a guidarli, e non il contrario. E questo significa prima di tutto riprendersi il controllo dell’attenzione. Usare la tecnologia – e l’AI – per alleggerire il carico, non per aumentarlo. Delegare alle macchine ciò che è ripetitivo, automatico, standardizzabile, per liberare tempo ed energia mentale da dedicare a ciò che richiede pensiero, creatività, relazione. Significa ridurre il multitasking e abbandonare l’illusione di dover avere tutto sotto controllo. Significa anche accettare un’idea controcorrente ma necessaria: non essere sempre disponibili non equivale a essere meno professionali. Al contrario, proteggere momenti di concentrazione, silenzio e disconnessione è una forma di cura verso il proprio lavoro e il proprio benessere.
Per le aziende, la posta in gioco è ancora più alta. Più tecnologia nei processi richiede, paradossalmente, più attenzione ai limiti umani. Vuol dire investire non solo in competenze tecniche, ma anche in educazione all’uso consapevole del digitale. Spesso lo stress tecnologico nasce da una sensazione di spaesamento: non sentirsi pienamente padroni degli strumenti, avere paura di non stare al passo. Per questo non basta spiegare come funzionano le tecnologie, serve anche aiutare le persone a gestire l’ansia, il senso di urgenza e il timore di restare indietro. In fondo, il punto è tutto qui: la tecnologia dovrebbe aiutarci a lavorare meglio, non a stare peggio. Perché il benessere nasce dalla possibilità di dare attenzione alle cose che contano. Anche al lavoro. E, come ci dicevamo nell’episodio di Detto tra noi di qualche mese fa, scegliere quando accelerare – e quando fermarsi – non è una debolezza. È una competenza chiave. | | | | I nostri consueti consigli: - Abbiamo parlato di tutto questo anche nell'ultimo episodio del nostro podcast di D Cultura con Antonio Palmieri, cofondatore e direttore della Fondazione Pensiero Solido e autore del libro “Non è colpa dell’algoritmo! Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale”. Con lui abbiamo approfondito il rapporto tra tecnologia, libertà e responsabilità personale.
- Non è direttamente legato al tema del benessere tecnologico, ma vale la pena segnalarlo come occasione di incontro firmata Valore D. Il 28 aprile vi aspettiamo all’Acquario Civico di Milano per “Non solo parole. Dove le parole diventano azione”, un evento speciale dedicato al potere del linguaggio e al suo ruolo nel costruire una cultura più attenta, inclusiva e consapevole. Questo il link di iscrizione per partecipare.
- Infine, un consiglio di lettura che è anche un po' una provocazione. "Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà" (TLON), un libro-progetto che ha coinvolto l’intelligenza artificiale nel processo creativo, un esperimento filosofico per riflettere sul potere delle parole, sull’autorevolezza e sulla costruzione della realtà. Non un riferimento teorico, ma una lettura utile a esercitare uno sguardo critico e consapevole sul modo in cui narrazioni e tecnologie influenzano il nostro modo di pensare.
| | Detto tra noi... ci risentiamo il prossimo mese 𤫠Valore D | | | | | | | | | | | | | | | |