| | | | | | Ciao! Questa è Detto tra noi, la newsletter di Valore D in cui ci diciamo le cose come stanno, ma anche come potrebbero andare. Ogni mese, un appuntamento tematico per riflettere e trovare ispirazione su temi rilevanti per le organizzazioni e le persone.
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A cura del Team Comunicazione di Valore D | | | |
SE VUOI, PUOI! QUANTE VOLTE TE LO HANNO DETTO? | | In questo numero: - una riflessione sui concetti di merito, privilegio e opportunità. Ovvero su come dietro al successo spesso ci siano fattori non meritocratici come la classe sociale, le relazioni, le opportunità e la fortuna
- consigli di ascolto, visione e lettura sul tema
Buona lettura! | | | | | |
“Volere è potere”. “Chi la dura la vince”. “Niente è impossibile per chi ci crede davvero”. Queste sono solo alcune delle frasi motivazionali che abbiamo sentito fin troppe volte e che ci portano oggi a interrogarci sul concetto di merito e di responsabilità individuale.
Partiamo da alcuni dati. In Italia la mobilità sociale è tra le più basse d’Europa: secondo l’OCSE solo circa il 2% di chi nasce in famiglie a basso reddito riesce a raggiungere i livelli più alti di benessere economico. I dati del Rapporto ISTAT 2024 dimostrano che l’Italia è un Paese con limitata mobilità sociale. Ad esempio, un bambino che nasce in un contesto familiare di deprivazione economica, cui normalmente si accompagna un basso livello d’istruzione, molto probabilmente diventerà un adulto con il medesimo status socio-economico. In una simile situazione di immobilità sociale, le disuguaglianze economiche e sociali tendono a rafforzarsi, riproducendosi da una generazione a un’altra (Valore D, Multiculturlità al lavoro. Storie e dati dal mondo aziendale).
Cosa vuol dire tutto ciò? Che chi nasce in un ambiente privilegiato (con accesso a istruzione di qualità, reti sociali e professionali solide, assenza di discriminazioni sistemiche) parte già con una serie di vantaggi competitivi invisibili, che il sistema fatica a riconoscere o a riequilibrare. Al contempo, per molte persone il talento e l’impegno individuale sono soffocati da barriere che ne impediscono la trasformazione in reali opportunità di crescita. (Nel caso ti fosse sfuggito, ne abbiamo già parlato in questo articolo). | | | | Illustrazione realizzata dal collettivo artistico Yoonik tratta dal libro “Non solo parole. Guida a una cultura condivisa” di Feltrinelli Education e Valore D | |
L’altra faccia del merito è il privilegio Come raccontano Andrea Colamedici e Maura Gancitano in Ma chi me lo fa fare? Come il lavoro ci ha illuso: la fine dell’incantesimo, in un contesto sociale che continua ad alimentare un approccio esistenziale basato sulla competitività “la retorica del Se vuoi puoi, è riuscita a cancellare l’idea di classe: e cioè che le condizioni di partenza siano importanti e che spesso determinino il destino di una persona. L’ascensore sociale è rotto. O meglio, forse non ha mai funzionato. E invece la narrazione di chi riesce a farcela con le proprie forze e con il duro lavoro, la narrazione del merito, riesce a convincere ancora, anche perché suggerisce continuamente che quell’eccezione potresti essere proprio tu – the chosen one – se lo vuoi e giochi secondo le regole”.
Ed è qui che si innesta il concetto di privilegio, termine che deriva dal latino con il significato “legge particolare per il singolo”. Ovunque una persona sperimenti un’oppressione o uno svantaggio strutturale, lì c’è un’altra persona o un gruppo di persone che traggono beneficio da quella condizione di svantaggio, ovvero godono di un privilegio speculare. Per risolvere discriminazioni e disparità è dunque necessario riconoscere innanzitutto il privilegio che li genera. Ma bisogna fare attenzione: spesso il privilegio è difficile da riconoscere e chi ne beneficia tende a considerare la propria condizione come “naturale” o “normale”, legittimata dalla retorica del merito (Feltrinelli Education, Valore D, Non solo parole. Guida a una cultura condivisa, 2023). | | “Insomma, se ti impegni, comunque non ce la fai. Ma non riesci a smettere di sognarlo e di fartene una colpa” Andrea Colamedici, Maura Gancitano, Ma chi me lo fa fare? Come il lavoro ci ha illuso: la fine dell’incantesimo, HarperCollins, Milano, 2023, p.128. | |
Eppure, nel discorso pubblico, il concetto di merito è da tempo diventato una parola chiave: una promessa di equità, di riconoscimento del talento, di possibilità di affermazione personale. Il mondo del lavoro, in particolare, è raccontato spesso come il palcoscenico neutrale dove le persone più capaci emergono grazie alla sola forza delle proprie competenze e del proprio impegno. Ma è davvero così?
La retorica meritocratica si fonda sull’idea che tutti partano dalle stesse condizioni, che il talento emerga in modo oggettivo e trasparente, e che l’impegno individuale sia sufficiente a superare ogni ostacolo. Tuttavia, questa visione ignora la complessità della realtà: il merito non può essere separato dal contesto socioeconomico, culturale e relazionale in cui le persone nascono e crescono. Parlare di privilegio del merito significa riconoscere che talento e dedizione si intrecciano con fattori esterni spesso invisibili a chi ne beneficia. Il mondo del lavoro stesso non è un ambiente imparziale, è attraversato da profonde disuguaglianze strutturali — di genere, classe sociale, etnia, abilità e orientamento sessuale — che influenzano concretamente le opportunità. | | | | Glisser, illustrazione di Anne Laval per Paper Collective | |
E quindi? E quindi per costruire ambienti di lavoro realmente inclusivi è necessario un cambiamento profondo di prospettiva. Non si tratta di mettere in discussione il valore del talento o dell’impegno, ma di allargare lo sguardo e interrogarsi sulle condizioni che ne favoriscono l’emersione per alcune persone, mentre ne ostacolano l’espressione per molte altre. Significa riconoscere i privilegi invisibili, abbattere le barriere strutturali e promuovere politiche attive di equità, mentoring e accesso alle opportunità. Solo in questo modo il merito può diventare una leva autentica di crescita collettiva, anziché una narrazione che legittima l’esclusione. Ripensare i concetti di merito e meritocrazia vuol dire considerarli non come premi da distribuire, ma come il frutto di un sistema capace di riconoscere e valorizzare i talenti nella loro diversità, partendo dalla consapevolezza delle disuguaglianze che li attraversano. Questo non è solo un atto di giustizia: è un investimento strategico nel futuro. | | Consigli di ascolto, visione e lettura sul tema: - A proposito dei rischi di una retorica del merito spinta all’estremo, consigliamo la lettura di “L’avvento della meritocrazia”, scritto nel 1958 da Michael Young. Un romanzo di fanta-sociologia ambientato in una società in cui prestigio e potere sono assegnati in base al merito, attraverso un sistema che finisce per produrre nuove disuguaglianze invece che eliminarle
- Per approfondire maggiormente il concetto di meritocrazia così come raccontato da TLON suggeriamo “Cos’è la meritocrazia e come smontarla”, puntata del podcast TLON tratta da una diretta Instagram di Andrea Colamedici sul profilo tlon.it
- Infine un film, "Parasite", che attraverso una storia avvincente e ricca di tensione, esplora con ironia e brutalità le disuguaglianze di classe, mostrando come merito e privilegio si intreccino in un sistema sociale dove la scalata è possibile solo a scapito di qualcun altro
| | Detto tra noi... ci risentiamo il prossimo mese 🤫 Valore D | | | | | | | | | | | | | | | |